Essere Pamela Prati. Truffa romantica e novità romanzesca

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«Ho capito solo oggi che Mark Caltagirone non esiste.» Queste le parole con cui Pamela Prati, lo scorso maggio, ha messo fine alla sua storia d’amore in diretta tv.

Avevo appena cambiato lavoro, la primavera era già bruciata sotto ai trenta e passa gradi del riscaldamento globale e anch’io frequentavo un uomo da poco, quando Pamela ha raccontato di aver conosciuto Mark Caltagirone, di aver scambiato delle foto sul suo account Instagram, di averci fatto sesso virtuale e di essersi resa conto che si trattava di una truffa solo dopo che il loro matrimonio, ormai pianificato da tempo, era andato all’aria perché lui non esisteva: non era mai esistito, se non attraverso un’interfaccia digitale, l’appoggio di due complici e la suggestionabilità di una showgirl che è stata accusata di voler speculare sulla sua vita privata. 

Il tema era anomalo e depravato al punto giusto per attecchire sulle pagine di gossip e poi di cronaca, sulle testate di giornali nazionali, nei programmi televisivi, sui social, nelle discussioni tra conoscenti e alla radio. Gli articoli su Pamela si alternavano alle fotografie di Greta Thunberg, così se da una parte si annunciava la rivoluzione per mettere in salvo il pianeta, la pagina dopo si ficcava la testa nell’ambigua ferita emotiva di una donna dello spettacolo – ché poi non c’era niente di vero, ma si trattava solo di pubblicità, giusto?

Sull’onda dello scandalo, in quegli stessi giorni, il programma Chi l’ha visto dedicava spazi e approfondimenti al tema delle truffe romantiche: utenti che rubano l’identità di attori e personaggi famosi in contesti remoti per adescare donne sole, fragili, in crisi. I mezzi, alla portata di chiunque: le foto dei profili erano reperibili in rete e la costruzione dell’identità avveniva sui social; qualcuno si era spinto oltre e usava un software per modificare l’audio del vip impersonato allo scopo di rendere il messaggio ancora più credibile agli occhi della vittima. La dinamica pareva semplice: si adesca una donna sul social, la si corteggia con messaggi e attenzioni, la cosiddetta tecnica del “love bombing”, un bombardamento d’amore; la si imbriglia in una fitta rete di menzogne, e nel momento in cui si deve concretizzare l’incontro, a lungo rimandato per cause di forza maggiore, accade la disgrazia: da questo momento, scocca la richiesta di finanziare l’operazione medica di una figlia, o il biglietto aereo per una trasvolata intercontinentale.

In base alle statistiche, il fenomeno sarebbe molto più diffuso di quanto si possa pensare: e se da una parte è scontato che le truffe vadano a colpire l’emotività di chi ostenta la propria debolezza sui social, dall’altra è comprensibile che esistano truffatori del genere. O forse non lo è? Perché, intendiamoci: chiunque può essere attratto da un guadagno immediato, semplice e proficuo, ma la truffa romantica ha un grado di complessità, e di sadismo, decisamente superiore. Insomma, bisogna creare un profilo, cercare le vittime, fare foto, video, creare messaggi ad hoc, come fossero quelli di una campagna pubblicitaria per il lancio di un nuovo servizio, essere presenti, inventare biografie credibili, incastrare i pezzi del mosaico, non smentirsi, gestire una massa di vittime o di complici in contemporanea senza mai tradirsi e poi? E poi, nel momento in cui vengono chiesti i soldi, magari la vittima rinsavisce, comprende, non paga e denuncia; non è il caso più frequente, d’accordo, ma il rischio c’è, e allora mi dico: ma non è meglio un lavoro? Qualcosa di semplice, che richieda meno fatica, uno stipendio a fine mese e due settimane di ferie sulla costiera romagnola a cavallo di Ferragosto? Oppure è tutta una truffa mediatica anche la truffa romantica e quindi chiamiamo truffa romantica qualcosa che non è proprio una truffa?

Comunque, avevo ben altro a cui pensare, in quel periodo, e sebbene fossi contenta che l’estate stesse per arrivare avevo la sensazione di non aver fatto qualcosa, o di non aver detto qualcosa di importante a qualcuno, o di non aver fatto qualcosa di importante con qualcuno, ma non sapevo cosa e neanche con chi.

Di giorno andavo a lavoro e la sera uscivo con il mio uomo. Non sapevo molto di lui, ci conoscevamo da troppo poco. Era divorziato da circa otto mesi o forse da otto mesi viveva da solo in un appartamento a Milano, me lo aveva detto la prima sera che eravamo usciti; poi aveva aggiunto che aveva una situazione complicata, ma avrebbe fatto il possibile per non trascurarmi.

Quando ci vedevamo mi portava in ristoranti stellati, bevevamo vino pregiato e a me pareva tanto un uomo «con la testa sulle spalle», sinceramente romantico, concreto, responsabile; aveva detto di volermi viziare, anche se poi aveva ammesso di voler viziare soprattutto sé stesso; però voleva rifarsi una vita e nonostante le difficoltà del passato credeva ancora nelle relazioni.

La primavera esplodeva al sole di giugno e noi andavamo in Toscana per trascorrere un paio di giorni tra i vigneti nelle campagne e passeggiare sul lungomare di qualche città della Versilia. La mia vita era finalmente perfetta: tutto si stava incastrando come avevo sempre desiderato, e lui, mi dava sicurezze, mi ascoltava e mi sosteneva nell’affrontare i cambiamenti. Mi aveva regalato un bracciale: lo avrei portato al polso per avere un segno della sua presenza sempre con me; mi scriveva messaggi toccanti e lasciava dediche su biglietti in giro per casa, sulle bottiglie di vino che avevamo bevuto la sera prima, per esempio, e mi diceva ogni giorno quanto fossi unica, speciale. Aveva lasciato da me alcuni indumenti, le ciabatte, i sigari, perché ci fosse tutto l’occorrente nel caso in cui si fosse potuto fermare per la notte. Ci scrivevamo una ventina di volte al giorno, e lo chiamavo durante le pause: il suo tono allegro mi metteva di buon umore e il suo modo di affrontare le difficoltà della vita con leggerezza mi trasmetteva un senso di pace, una calma interiore, uno stato di equilibrio che a lungo avevo cercato: ero finalmente felice e innamorata. Ogni tanto avevamo fantasticato sulla nostra casa, lui l’avrebbe voluta ai piani alti di un palazzo di Milano e io stile villetta in Brianza, ma avremmo trovato un compromesso e saremmo andati d’accordo per il bene dei nostri figli; in futuro, ne avremmo avuti due: un maschio e una femmina. Quando me ne aveva parlato mi ero commossa: secondo lui un amore vero aveva senso solo quando si concretizzava in una famiglia. Spesso se ne usciva con queste affermazioni e io restavo senza parole a chiedermi come potesse accadere tutto così in fretta. 

Vidi la trasmissione della Sciarelli un mercoledì di fine giugno e la mattina dopo, per scherzo, accusai l’uomo che frequentavo di essere un truffatore romantico: mi riempiva di cuori su WhatsApp, quelli grandi, rossi che pulsano, quelli che la prima volta che li vedi pensi: ci siamo tutti rincoglioniti. Però fanno effetto, un effetto che col tempo diventa noia, e la noia la riempi con i pensieri, come contrasti la nausea con l’ossigeno, come quando ti butti da un ponte legata a un elastico mentre un amico filma il tuo orrore.

Stavamo facendo colazione in cortile, seduti sulle sedie accanto al tavolino dell’Ikea, quelle che avevo comprato nel pomeriggio del sabato e avevo montato con il cacciavite che mi aveva lasciato mio padre mentre diceva di stringere bene le viti.

Rispose alle mie accuse sostenendo che non avrei dovuto guardare quei programmi, mi riempivano la testa di immondizia. Per lui erano tutte scemenze, comunque, e quella truffata era gente che non sapeva stare al mondo. Credo che queste fossero le sue parole, o se non proprio le parole esatte, il concetto.

Aveva ragione: si trattava di falsità; lui era davanti a me, mi aveva dimostrato di fare il possibile per dedicarmi tempo nonostante avesse altre incombenze: come Mark Caltagirone aveva due figli dalla sua relazione precedente, ma l’impostore li aveva in affido se non sbaglio, o almeno, questo lo diceva lui, o meglio chi si spacciava per lui, dato che era tutta una farsa, no? Io ovviamente avevo visto le foto dei figli del mio uomo, lo avevo sentito mentre ci parlava al telefono, quindi i figli esistevano, ed esisteva anche lui, dal momento che quella mattina si era mangiato mezza crostata con la marmellata di albicocche.

Ripensandoci, aveva detto di essere riservato: per quello non avrei dovuto raccontare a nessuno della nostra frequentazione. Se ci vedevamo, lo facevamo sempre a casa mia perché la sua distava troppo, e poi non era di strada. In futuro avremmo potuto organizzare qualcosa nei fine settimana, ma per il momento, quando la pianificammo lui dovette cancellare tutto all’’improvviso per colpa di un contrattempo; così trascorremmo qualche giorno fuori città partendo tuttavia di mercoledì, per la circostanza che in passato lui diceva di aver spesso trascurato i suoi figli e di non volerlo fare più, «per nulla al mondo».

Teneva il telefono spento, la sera, un blackout assoluto, ma ogni nostro momento doveva essere speciale: per quello andavamo a Bergamo o a Genova anche se vivevamo a Milano. E ancora:  il vivavoce era sempre staccato, in macchina, in modo che nessuno potesse disturbarci. E la macchina esisteva, sì, come esisteva il suo cellulare, il ristorante e il conto del ristorante che da galantuomo ha sempre pagato; ne ero certa perché ci ero stata, in quel ristorante, come ero anche certa che non mi avesse chiesto soldi, o che non lo avesse ancora fatto,  non ero una donna di mezza età.

Comunque, l’uomo che una mattina di giugno avevo ingiustamente accusato della stessa truffa, a fine luglio mi disse che aveva capito che non ero la donna della sua vita, ero troppo immatura e avevo interessi diversi dai suoi, ed era sparito: lui che esisteva, qualche settimana dopo era partito per le ferie con sua moglie, che non aveva mai lasciato, e io mi sono ritrovata a pensare: ci si può davvero innamorare di qualcuno che non esiste, che non è mai veramente esistito?

Lessi che Pamela Prati aveva ammesso di aver avuto bisogno di Mark Caltagirone, o meglio di aver avuto bisogno di credere che Mark Caltagirone esistesse; come abbiamo fatto tutti, in fondo, perché se così non fosse nessuno ne avrebbe parlato. Così ho preso atto della potenza del cervello, capace di scartare selettivamente quello che non può reggere, e per non essere orfana di padre e di madre al tempo stesso, confonde il confine tra realtà e finzione, quel mondo che oggi risulta più facile chiamare virtuale ma che esiste, se solo vogliamo, in carne e ossa: che possiamo toccare.

Bene, molto bene pensai. Feci delle ricerche in internet e mettendo assieme i tag delle fotografie sui social individuai l’indirizzo di casa sua, poi recapitai a sua moglie le sue cose: i vestiti, il bracciale e le bottiglie. Trovai il numero di telefono sulle pagine bianche e iniziai a chiamare casa sua ogni ora del giorno e della notte, fino a quando non cambiò recapito. Ricordo che sentivo il telefono squillare, poi la sua voce rispondere e me ne stavo zitta ad aspettare che si spazientisse, che mi urlasse contro che mi avrebbe denunciata; allora buttavo giù, guardavo l’orologio sul cellulare e puntavo la sveglia dopo sessanta minuti. Dai commenti su Facebook capii che la moglie se ne era andata, aveva portato i bambini a casa dei genitori e che la notizia ormai si era diffusa tra i suoi conoscenti; lo aveva saputo anche qualche suo collega ed ero certa che la sua immagine al lavoro fosse annebbiata, ma non seppi mai le conseguenze concrete dei miei gesti nel suo ambito professionale.

Dopo un mese, gli andai sotto casa. Avevo portato con me il coltello, quello con cui si taglia il cappello del prete, che quando lo prendo in mano mio padre sporge le labbra e stringe gli occhi: «Giulia, stai attenta con quell’affare che ti fai male!» Impugnavo il manico di plastica tra sudore e scosse nervose, ormai la temperatura era rinfrescata, il sole era calato, io indossavo la maglietta di cotone con la stampa di Hello Kitty, ma non sentivo freddo, non sentivo nulla. Lo vidi scendere dall’auto e lo seguii lungo il marciapiede che costeggiava il palazzo. Accelerai il passo facendo attenzione a non fare rumore, ma si voltò e mi vide: in quel momento, gli saltai addosso, mi aggrappai alle sue spalle, gli afferrai la fronte, come faceva lui con me quando scopavamo, gli tirai indietro la testa per tendere le vene del collo, poi con un taglio secco gli incisi la gola. 

Appena rilasciò i muscoli e si piegò sulle ginocchia, lasciai che cadesse pancia a terra. Era disteso sull’asfalto: sotto di lui una pozza di liquido scuro, e i miei palmi di un colore vermiglio.  Gli allungai le gambe, poi armeggiai con la cintura e liberai i primi bottoni, quindi mi spostai in fondo ai suoi piedi e cominciai a tirare. I pantaloni fecero un po’ di resistenza, ma dopo un paio di strattoni più decisi scesero quanto bastava. A quel punto tornai su di lui, gli calai i boxer e gli afferrai l’uccello. Presi il coltello per il manico, puntai la lama sulla pelle e incisi lo scroto. Tra le mie mani c’era una quantità di sangue assurda e facevo fatica a distinguere i tessuti. Allora ficcai le dita nella sacca, estrassi i testicoli e glieli infilai in bocca. 

Lo lasciai sul marciapiede con quell’espressione strana in volto: mi sembrava quasi contento di assaggiare i suoi stessi coglioni, manco fosse stato caviale.

Feci bene. Lo feci per i nostri figli: non si sarebbero meritati un padre così.

Tornai a casa, mi lavai le mani, pulii il coltello e lo rimisi nel primo cassetto della cucina. Poi sedetti sul divano e lessi un’altra dichiarazione di Pamela: «Avevo bisogno di questo amore per stare in vita.» E parlava di dolore, di solitudine, di debolezza, di sogni e di una truffa, e ancora una volta mi domandavo che senso avesse tutta quella storia. Perché penso che Mark Caltagirone esista, o che sia esistito, o che esisterà in futuro. Lui rappresenta l’alter ego del protagonista di questo film, quella parte del pensiero che agisce da regista e ritaglia le scene, lavora al montaggio con maestria affinché la mente, che al tempo stesso fa da pubblico, non veda le sbavature, le incoerenze di cui nel profondo è consapevole. Insomma, fa in modo che si goda lo spettacolo  indisturbata, con tanto di colpo di scena e tragedia finale. Ma allora, il vero e il virtuale sono la stessa cosa o sono entrambe proiezione di speranze e desideri con cui lottiamo per cercare il senso della nostra esistenza?

*** *** ***

Fotografia a corredo di Michela Bin, per gentile concessione dell’autrice. Nata a Trieste nel 1972, Michela Bin è laureata in archeologia medievale presso l’Università di Trieste; appassionata di fotografia da sempre, ha approfondito le sue conoscenze, tra gli altri, con Graziano Perotti.


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