La madre di Eva di Silvia Ferreri ovvero l’imperdonabile madre transfobica

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Potremmo assimilare i principi maschile e femminile allo Yin e allo Yang e notare quanto siano presenti nell’individuo come spinte opposte e contrarie, in cui il fattore di genere è soltanto una contingenza materiale, poiché la mente è androgina, lo affermava già Virginia Woolf.

Silvia Ferreri ne La madre di Eva ha deciso di parlare di androginia indirettamente, dal punto di vista di una figura materna che intesse un monologo simile a una tela di ragno – la stessa che mi immagino possa ordire la monumentale Maman di Louise Bourgeois.

La Madre – nel testo non ha nome, così compresa e aggrappata alla propria concavità – è sola. Sola con tutta l’angoscia possibile, fuori dalla sala operatoria in cui stanno operando sua figlia, o meglio il suo figlio femmina, per cambiargli sesso. Nonostante abbia subito come un incubo il percorso che li ha condotti fino a quella soglia, ne ripercorre i passi. Per tutto il libro il figlio femmina rimane Eva, non a caso colei che fu responsabile del peccato originale, e gli viene negato il nome che si è scelto. La Madre cancella contemporaneamente il proprio nome e il nome del figlio femmina, a significare la doppia speculare negazione dell’identità, schiacciata nei ruoli imposti dalla società. Soltanto a operazione conclusa, finalmente, riesce a chiamarlo Alessandro, aprendo una breccia di speranza. La Madre non rifiuta e non accetta il cambiamento, è prigioniera di un Purgatorio in cui sta espiando la colpa di un parto imperfetto “rettificato” dalla medicina.

Ballard credeva alla gentilezza del bisturi, la Ferreri no. Con una scrittura livida ci porta dove non vorremmo, nel mattatoio in cui si compie il sacrificio cattolico volto a riparare la colpa della Madre, di una femminilità anticonvenzionale che non si sente idonea al proprio compito. La conseguenza della colpa è l’assenza di empatia e dialogo, dell’ascolto che è anche comprensione dell’altro. Alessandro rimane un estreaneo, un antagonista, e per tutto il libro non ha né volto né identità, laddove l’aspetto identitario è il nucleo nevralgico e pulsante della narrazione: negare l’identità a una persona in transizione è lo sfregio più violento, per tale ragione la scelta di raccontare l’assenza di Alessandro mi è sembrata interessante, politicamente scorretta e “imperdonabile”.

La Madre-ragno barcolla con passo greve nella serra delle farfalle dove il daimon del suo figlio femmina continua a mutare forma. Alessandro è un’assenza, un corpo percepito attraverso l’infelicità della Madre, ancora percepito come parte di sé, e parte femminile, e assenti sono i suoi desideri, le sue paure, la sua sofferenza.

Nell’affermazione identitaria di una persona in transizione risiede una grande integrità morale, una incredibile consapevolezza di sé e di un corpo riconosciuto come alterità. La difficile metamorfosi, per quanto la crisalide sia intrisa di sangue, è un processo liberatorio che diventa doloroso solo quando manca l’accettazione da parte della famiglia. Alcuni genitori rifiutano la transizione, altri si lasciano coinvolgere nel lento processo di cambiamento e reciproca educazione, supportati e accolti da una rete comunitaria di nuclei simili, mentre la Madre si pone nel mezzo, presente, premurosa, e allo stesso tempo chiusa in se stessa.

In Italia non molti romanzi che parlano di transgender approdano alla selezione del premio Strega, ed è curioso che, quando accade, si scelga proprio un testo che entra a gamba tesa nella delicata galassia queer, riportando il punto di vista ambiguo di una donna che insegna in un ateneo – una madre, una cristiana – e si rivela transfobica nonostante la sua cultura. Questo personaggio, a mio avviso coraggiosamente ammantato di una negatività egoistica e narcisista, si crede aperto, laico e di ampie vedute, mentre nasconde una feroce visione cattolica. La sua ipocrisia pone al lettore una domanda forte riguardo alla propria adeguatezza e capacità di ascolto. Se la Madre è una pienezza, Alessandro è una presenza evanescente che ci addita. Chiede: e voi? Sapete davvero chi siete e come reagireste da genitori? Ne siete sicuri?

Posso dire chi sono io e per quali ragioni mi permetto di parlare de La madre di Eva. Vivo nella città del Pride più infuocato d’Italia – invadevamo il centro chiedendo ad Albertini di scendere in strada con noi, e lui ci rispondeva con la statua di Montanelli, proprio dove partiva il Pride –, la città in cui oggi persino il Sindaco indossa calzini arcobaleno. Da bisessuale vivo nella cultura queer da sempre. A ventisette anni mi sono innamorata di F., bionda e vestita come una Lady Oscar moderna. Non potevamo andare in giro mano nella mano e nemmeno baciarci in pubblico perché gli uomini credevano che le nostre effusioni fossero un teatrino inscenato per le loro erezioni. Andavamo al Killer Plastic, alle domeniche Match à Paris di Nicola Guiducci, quando era ancora nella sede storica di viale Umbria, e Ivan la Negra mi prendeva il mento tra le mani e mi diceva che non sapevo truccarmi, poi si sdraiava sul bancone e distribuiva cocktail, splendida nel suo abito Pucci. Ho assistito impotente al pestaggio di Erik, quando era ancora Erika, alle piscine Acquatica, dove un gruppo di ragazzi gli gridava: “Che cazzo sei tu? Né carne né pesce, sai solo quello che non sei”. Sono un avanzo di balera – caro il mio Franz Krauspenhaar, non ci fu mai titolo più bello – eppure la mia balera preferita mi ha delusa quando una coppia di amiche è stata buttata fuori per un bacio. Per questo mi sono sentita offesa come lettrice e come scrittrice quando Silvia Ferreri mi ha accusata di perseguitarla, avendo parlato “troppo spesso” del suo libro.

Chi scrive dovrebbe essersi abituato con soddisfazione al nascere di un dibattito intorno al proprio testo, eppure talvolta si vuole imporre un’interpretazione univoca dell’opera, che non tiene conto del vissuto del lettore. Un libro non è un oggetto morto: si anima nell’incontro tra i due immaginari dell’autore e del lettore.

Non sarebbe meglio prendere le dovute distanze dai propri testi e lasciarli andare, lasciarli vivere, soprattutto – e giustamente –, quando non si sceglie la strada autobiografica?


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