La DAD come strumento di indottrinamento totalitario

Condividi su...
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Ci sono voluti anni di preparazione e allenamento, ma alla fine la scuola ce l’ha fatta: ha
partorito la sua forma finale; una forma incorporea e smaterializzata, nota a tutti – ormai da quasi un
anno – col nome di Didattica a distanza. Forse dovevamo aspettarcelo, e potevamo intuirlo già dalla
trance “acroni-mistica” in cui il sistema istruzione è precipitato da tempo: una macchina
aziendalista interessata a evolversi in un Leviatano di sigle e moduli
, più che alla crescita culturale
ed esistenziale delle nuove generazioni.

In queste settimane di scontro tra regioni e governo sulla riapertura delle scuole (scontro
palesemente regolato da obiettivi politici prima che di contenimento della pandemia), diventa
necessario tornare a interrogarsi sullo statuto e la validità di un così configurato sistema. Il rischio è
infatti quello di normalizzare definitivamente la Dad, affiancarla alla modalità tradizionale e –
scenario peggiore – lasciare che la soppianti una volta per tutte.

Parlavo di una forma finale. Per comprendere a fondo il significato – e la fortuna – della
Dad credo sia infatti necessario individuare a monte il vizio che ha condizionato la scuola italiana
degli ultimi anni, o decenni: la nozione al posto della maieutica; l’idea stessa di in-segnamento,
come dottrina dell’unidirezionalità
(e quindi gerarchia) nel rapporto professori-studenti. Passi
l’interpretazione della Dad come soluzione temporanea all’emergenza di marzo – su cui si
potrebbe comunque discutere – ma questa infatuazione per la distanza si regge su un terreno fertile; quello di una scuola che promuove l’esattezza, la quantificazione, la risposta univoca.

Qualcuno forse ricorderà quando, intervistato da Chiambretti 1 , Carmelo Bene parlava di
discordanza, su base etimologica, tra scuola (dal greco σχολ, tempo libero) e studio (dal latino
studēre, sforzarsi di fare), dunque tra una situazione di ozio e un “desiderare” che con quell’ozio
non può coesistere. Ecco, vorrei postillare in questa maniera: se il tempo “libero” della nostra
società capitalistica è in verità il tempo per spendere – dunque un tempo prigioniero della dialettica
produzione-consumo su cui il capitalismo si fonda – la scuola rappresenta una ricchezza in quanto
tempo realmente libero
; tale perché liberato dall’alienazione del lavoro e dell’acquisto.

La Didattica a distanza, al contrario, sancisce l’assorbimento definitivo della scuola
all’interno del sistema capitalistico: il tecnologico – anti-umano, visto che colloca la propria ratio
nel trasferimento di dati esatti, nella corrispondenza meccanica tra input e output – non può che
essere il sogno di una scuola già tutta direzionata verso l’assottigliamento della riflessione e del
dubbio in favore dell’efficienza e del risultato.

Ecco perché è fondamentale parlare di presenza. La σχολ offre – dietro e in sostrato a ogni
materia – l’occasione di coltivare la proprietà di sé, ovvero quella coincidenza tra tempo vissuto e
significato dell’agire
che l’alienazione della produzione e del consumo costantemente ostacolano;
offre il valore dell’esperienza, che, in quanto empiria (ἐν + πεῖρα, esperire dall’interno), non può
che verificarsi nella realtà dei corpi – cioè in presenza.

Anche se mortificato dall’evoluzione degli ultimi decenni, l’ambito che pertiene davvero
alla scuola rimane il pensiero critico, lo sviluppo dell’autocoscienza; dimensioni per loro natura
non-tecnologizzabili. La Dad fiorisce invece nell’era del contactless e realizza quello che era
l’inevitabile destino di un sistema dell’istruzione spersonalizzante. Opporsi a questo – come molti
studenti e insegnanti stanno facendo – vuol dire difendere il valore dell’esserci contro la
smaterializzazione (capitalistica) della trasmissione e del numero
; impedire che la Didattica della
distanza prepari il terreno a una futura civiltà dell’assenza e dell’inumano.


Condividi su...
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •