Gli imperdonabili: un movimento, una collana. Il mio manifesto

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Questo è il movimento del pensiero inverso, presumo. Dove c’è chi vuole normalizzare, consolare, indottrinare l’affare più antidemocratico e autodeterminato insieme che governi il mondo, cioè il talento, il pensiero inverso intende piuttosto renderlo regola. La regola di un gruppo di visionari, ieri riflettevo, bisogna chiamarsi così, giustificare un metodo libero e libertario di intendere le arti e il modo stesso di vivere. Io la chiamerei semplicemente onestà, persino quando si tratta di letteratura, arte, genio o un suo prossimo sodale. Talento, basterebbe. È arrivato il momento di alzare la testa, mi ha detto l’editore e scrittore Giulio Milani, tempo fa, in merito alla vicenda legata al critico e poeta Davide Brullo e al suo allontanamento da Linkiesta.

È arrivato il momento. Per chi scrive, perlomeno. Sentiamo di muoverci dentro ranghi, spazi limitati, già sotto assedio, irrimediabilmente ci vogliono far credere; dobbiamo appartenere senza identità, maschere di lattice, conformarci, in un assenso pavido o vitreo; è un sistema che ha prodotto frutti, i frutti marci sono caduti dall’albero. Questo pensiero inverso è la traduzione di quel che mi ha detto Milani: è il momento di alzare la testa. Vuole diventare un movimento, “Gli imperdonabili”, quelli sui quali un editor imberbe eccepirebbe sempre qualcosa; vuol diventare finanche una collana omonima, “Gli imperdonabili”. Questo nome deve risuonare come un contagio, il desiderio franco e ardimentoso di un reale colpo di reni. Gli slogan li abbiamo già sussurrati o issati come uno scudo, spesso con frustrazione, quasi mai con compiacimento, “il talento non è democratico”, non deve diventarlo, non è nella sua natura esserlo.

Il movimento è un discrimine, non alza muri, ma precisa, segna un tragitto, c’è un bivio, l’importante è che si sappia. Esistono individui che vi appartengono. Bisogna dare un nome alle vicende che ingenerano mediocrità nel risultato compiuto e mortificazione supina in chi lo riceve (un tale risultato compiuto e medio), non temere la superbia (non ci coglierà impreparati) e non è più pericolosa della modestia vile, che omette, rinnega, tradisce. Il tragitto arriva verso il bivio: qua per la via della Letteratura, qui vai non so dove, seguirai le fila davanti lo Store di libri del tale influencer che scrive, del tale rapper che scrive, dell’attore, del personaggio caricaturale, che scrive. E dello scrittorino, indottrinato a tutte le cause giuste, lo scrittorino che scrive. E così via.

Gli imperdonabili non sono migliori di altri, se preferite. Nella loro poetica c’è una individualità che può aspirare a un canone, in un secondo momento. Ma ciò che conta è che ci sia una specificità in ognuno, e non deve essere contenuta, normalizzata,  restituita simile a qualcos’altro perché non rompa le righe, non induca a un pensiero nuovo e affrancato da un altro che diventa consesso povero, inibitorio, conventicola.

Gli imperdonabili non accetterebbero mai il defenestramento di un critico libero che osa le stroncature: provocazione sfrontata al sistema di cui sopra? Ci domandiamo.

La letteratura è un mistero libero, audace, non conosce colonie. Il mio manifesto cerca adesioni o al limite lettori.

È il tempo che lo decide, il frutto marcio caduto dall’albero è il segno.

… … …

Fotografia a corredo di Michela Bin, per gentile concessione dell’autrice. Nata a Trieste nel 1972, Michela Bin è laureata in archeologia medievale presso l’Università di Trieste; appassionata di fotografia da sempre, ha approfondito le sue conoscenze, tra gli altri, con Graziano Perotti.


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