Sindrome di alienazione parentale

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Eveline si avvicinò al letto in punta di piedi, quasi avesse timore di essere scoperta, ma appena vide l’unguento, suo figlio batté in ritirata e si nascose sotto le coperte insieme all’orsacchiotto. Edoardo era un bambino capriccioso, cocciuto, ma anche sveglio, capiva tutto al volo. 

«Dai, non fare il fifone, lo sai che non fa male,» e iniziò a fargli il solletico.

Lui finse di divincolarsi, poi lasciò che lei gli massaggiasse il petto e la schiena.

«Dopo lo mettiamo anche sotto le narici.» 

«No, brucia!» 

«Il Vicks Vaporub ti porterà in un mondo magico abitato da gnomi, folletti e fate.» Quando non prendeva sonno, Eveline si coricava accanto a lui e gli raccontava vecchie storie frutto della fantasia di sua nonna: evocavano l’atmosfera del paese di montagna in cui la madre di sua madre aveva vissuto. 

I problemi nascevano quando Eveline si spostava nella camera accanto. Le due stanze erano separate da una parete non più spessa di un panino. E da quel sandwich filtrava tutto: insulti, minacce, rumore di bicchieri rotti e porte che sbattevano. Una sera su due Mattia si lasciava prendere dalla rabbia, perdeva il controllo e allora scoppiava il litigio: potevano capitare schiaffi, spintoni e alle volte qualcosa di più. Le liti proseguivano per ore, con Eveline che non aveva nemmeno la forza di difendersi. Piangeva in silenzio, senza lamentarsi, anzi, lo difendeva pure, perfino quella volta che era finita all’ospedale col naso rotto e altre ferite sulla fronte. Anche in quell’occasione aveva cercato di spiegare, di giustificarlo: «Papà non c’entra, sono scivolata da sola.» 

«Perché ti picchia?» 

«No tesoro, non è così.» All’inizio pensava che fosse lei quella sbagliata e non osava parlarne con nessuno: chissà cosa avrebbero detto i suoi genitori. Era meglio che non si sapesse in giro. 

Tenne il segreto per sé fino al giorno in cui Mattia, più fatto del solito, le piantò le forbici in un fianco. Non ricordava cosa avesse provato in quel momento, sapeva solo di aver afferrato il telefono per chiamare la polizia. Il resto, lo aveva rimosso. Non voleva ricordare. Si sforzava di vivere nel presente, schiacciata dal peso di un passato che non si poteva riscrivere. Lei e Edoardo avevano cambiato casa, perfino città, e a poco a poco avevano trovato un loro equilibrio fatto di passeggiate al parco dei conigli e visite al luna park, per giocare al tiro a segno. Tappa fissa della domenica erano invece il cinema con i cartoni animati di Walt Disney e la pizza alle patatine fritte. 

Le cose cambiarono radicalmente dopo la separazione. Mattia, infatti, cominciò con un diluvio di telefonate: pretendeva di vedere Edoardo. Eppure le regole erano chiare. Poiché il giudice aveva dichiarato il padre un soggetto pericoloso, aveva concesso l’affido esclusivo del minore a Eveline. Ma dopo le telefonate, seguì di peggio: un avvocato le recapitò una lettera dove invocava la PAS o «Sindrome da alienazione parentale». Lì per lì non ci diede peso, ma qualche giorno più tardi si imbatté in un articolo su Laura Massaro, dove si parlava di una madre che non accettava la decisione di affidare la custodia del figlio al padre, un uomo violento, reo di abusi e violenze domestiche. Nel decreto del tribunale dei minorenni non se ne faceva menzione, ma dall’articolo sembrava palese che la decisione della corte si fosse ispirata alla PAS, una sindrome che sorgeva principalmente nelle contese per la custodia dei figli e che si manifestava con una campagna di denigrazione rivolta da un genitore contro l’altro allo scopo di manipolare i figli. Per capirne di più, Eveline aveva consultato una rivista giuridica on-line e aveva appurato che la maggioranza della comunità medico-scientifica, pur considerando il fenomeno come preoccupante, non riconosceva la PAS un disturbo mentale. La vicenda giudiziaria di Laura Massaro aveva sollevato non poche polemiche presso l’opinione pubblica: si erano mobilitate perfino le associazioni femministe e i Centri Antiviolenza, da tempo schierati contro il disegno di legge Pillon, che aveva tentato di introdurre una specie di bigenitorialità draconiana. 

E se la stessa sorte fosse toccata a lei? Come avrebbe reagito? Al solo pensiero di perdere Edoardo si sentiva svenire. Ci pensò una notte intera e arrivò alla conclusione che non poteva rimanere inerte. Se fosse accaduto qualcosa a suo figlio, non se lo sarebbe mai perdonato: aveva ancora negli occhi il volto disperato della madre di quel ragazzino di otto anni ucciso dal padre con trenta coltellate. La tragedia era accaduta durante un incontro protetto imposto dal Tribunale per preservare la relazione padre-figlio su istanza dei servizi sociali, che consideravano inattendibile e bugiarda la donna. Una madre che continuava a ripetere a tutti quanto fosse violento e pericoloso il suo ex compagno.

In preda al panico, Eveline contattò un’amica avvocato e le spiegò la situazione.

«Sei indubbiamente dalla parte della ragione, ma bisogna stare molto attenti. Non dare mai nulla per scontato, soprattutto quando si parla di queste cose.» 

«Cosa vorresti dire?» 

«Di certo avrai sentito parlare di Laura Massaro. Sembrava che stesse andando tutto liscio, e invece guarda cos’è successo.» Le conclusioni del consulente tecnico avevano infatti accertato che il rifiuto del figlio di incontrare il padre era dipeso da una specie di mobbing strategico messo in atto dalla donna attraverso una costante opera di demolizione della figura paterna. In poche parole il bambino era stato plagiato, o giù di lì. E quello di Roma non era l’unico caso; pareva esistesse tutta una serie di figure professionali (medici, psichiatri, assistenti sociali) che infierivano contro le donne, responsabili, a loro dire, dell’alienazione del papà agli occhi dei bambini. «Madre ostativa» era una delle tante etichette che potevano cucirti addosso. Non mancavano poi le associazioni che segnalavano casi di suicidio di papà separati, a loro dire per effetto di una giustizia di parte: secondo queste stime, si trattava di circa duecento suicidi all’anno in Italia e mille in tutta Europa.

«E quella donna cosa ha fatto?» 

«Nei giorni scorsi ha presentato un appello al Ministro della Giustizia.»

«Che senso ha tutto questo? Non riesco a capire.» 

«È in atto un conflitto di genere, uno scontro tra sessi. La cosa più terribile è che si combatte sulla pelle dei bambini.»

Eveline ascoltava ma non riusciva a crederci. Per lei non c’erano dubbi: suo marito si era trasformato in un essere malvagio, pieno di risentimento, che avrebbe potuto fare del male a chiunque, anche a suo figlio. Uscì dallo studio più spaventata di prima, e mentre si avviava verso la metropolitana dentro la sua testa presero a frullare delle immagini scomposte: Mattia con un coltello in mano, Mattia che la pedinava di nascosto, Mattia che sequestrava Edoardo con le più terribili conseguenze. Se avesse potuto, non avrebbe esitato a ucciderlo. Lei ne era certa. Altro che padre affranto. Ormai era diventato un nemico, un mostro da abbattere a tutti i costi.

Quando rientrò a casa era già buio da un pezzo. Accese la luce e udì soltanto il crepitio della pioggia sui vetri. Non si sentivano altri rumori. Forse Edoardo si era addormentato sul divano, oppure stava ascoltando la musica con le cuffiette. Non aveva paura di stare da solo, anzi, sembrava avesse una tendenza alla solitudine e al silenzio. In questo, aveva decisamente preso dal padre. 

Provò a chiamarlo senza ottenere risposta. Allora gridò più forte e anche questa volta non accadde nulla, tranne il fatto che un nuovo pensiero iniziò a farsi strada con urgenza. Tentò di scacciarlo, ma quello tornava ad affacciarsi, come se volesse a tutti i costi dimostrare la sua forza, impegnandola in un braccio di ferro mentale. Una sfida da cui uscì sconfitta: Mattia era passato da lì. Lo aveva fatto di nascosto, approfittando della sua assenza. Si sentì in colpa per aver lasciato Edoardo da solo. Come aveva potuto commettere una sciocchezza simile? Salì le scale di corsa per fermarsi sul pianerottolo col respiro pesante, la testa confusa. Barcollò finché una mano calda le sfiorò un braccio, svuotandola di ogni forza.

«Che fine avevi fatto?» 

Eveline lo prese in braccio e lo strinse a sé: «La mamma ti vuole tanto bene,» poi gli stampò un bacio sulla fronte che sapeva di yogurt. Mentre staccava le labbra, le tornarono in mente le furibonde discussioni con Mattia per la scelta del nome. Lui voleva chiamarlo Benito, come suo nonno: lei, che proveniva da una famiglia di militanti antifascisti, non lo avrebbe mai accettato. Dopo aver cercato un accordo, alla fine si erano affidati a un sorteggio. Avevano stilato una lista di nomi, con l’esclusione dell’improbabile Benito. In tutto, una dozzina. Litigarono perfino su chi dovesse estrarre il foglietto dalla scatola da scarpe, ma alla fine la spuntò lei: dopo aver mescolato a lungo, pescò un nome della sua rosa.  

«Mamma, è arrivata una lettera.» La busta era verde, piena di timbri e francobolli.

Eveline iniziò a tremare, prima le gambe poi le braccia, la mani. «Chi l’ha portata?» 

Aveva un brutto presentimento e d’istinto trattenne il fiato, quasi fosse in attesa di un verdetto di vita o di morte; poi, lentamente, tornò a respirare. Doveva leggere quella lettera. Non c’era tempo da perdere. Già prefigurava la scena: un’armata di poliziotti, assistenti sociali, pediatri e psicologi pronti a prelevare suo figlio, mentre quel bastardo di suo marito che se la rideva ubriaco, o strafatto di cocaina. Piuttosto che consegnare Edoardo al nemico sarebbe fuggita con lui facendo perdere le tracce. Ma dove sarebbero andati? E con quali soldi? Avrebbe perso il lavoro e la loro esistenza si sarebbe ridotta a una successione di giornate tristi e incolori, vissute tra la miseria e il terrore di essere ritrovati. Stava per aprire la busta quando cambiò idea e si diresse decisa verso uno scrigno di legno da cui tirò fuori un sacchetto di polvere giallastra, come il piscio di suo figlio. Un palliativo del passato contro il male di vivere. L’ennesima illusione passeggera, figlia dell’idea che tutto il mondo ce l’avesse con lei. Aveva promesso di non farlo più, ma quella bomba chimica era sempre stata la sua unica certezza. La sparò in vena lentamente, incantandosi a risucchiare il sangue, e quando sentì suonare alla porta, il suo sguardo ondeggiava incerto sul soffitto. Non ci pensò due volte. Andò in cucina, prese Edoardo per un braccio e lo trascinò fuori, sul balcone.

«Fa freddo, torniamo dentro.» 

Lei non disse nulla e si arrampicò sul cornicione del terrazzo.

«Mamma, cosa vuoi fare?» 

«Vieni, dammi la manina, sarà divertente.» 

Edoardo la fissava con gli occhi impietriti. Che avesse paura? Era un tipo sveglio, in fondo. Poi, mentre stringeva le labbra fino a farle quasi scomparire, si sporse verso di lei, e le allungò una mano. 

«Bravo tesoro, fidati della tua mamma,» e dopo averlo attratto a sé, si lanciò insieme a lui nel vuoto, oltre ogni umano dolore.

*** *** ***

L’opera in fotografia a corredo del testo è “La cornuta” di Stefanie Oberneder: scultrice nata a Lindau, in Germania, nel 1976, l’artista vive e lavora a Carrara. Ha tenuto numerose mostre personali e collettive, in Italia e all’estero, ricevendo diversi riconoscimenti. Dal 2014 ha promosso e curato tutte le edizioni di “Carrara Studi Aperti”.


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