Contro gli scrittori che non leggono ma che scrivono per pubblicare

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Ogni volta che mi domando quale sia il vero senso della scrittura, perché scriviamo, il mio pensiero vola subito a Kafka, a mio dire icona incarnata di quello che dovrebbe essere lo spirito di uno scrittore.

Nella precedente frase il condizionale è più che voluto, perché oggigiorno lo spirito degli scrittori, se di spirito e di scrittori si può parlare, è ben lontano da quello di Kafka; complice un panorama editoriale sempre meno attento al senso primordiale della scrittura, troppo impegnato ad accontentare un pubblico, ahimé, formato in maggioranza da lettori pigri o radical chic.

Ridicolo, e pericoloso, vedere come gli scrittori amatoriali aumentino di giorno in giorno, mentre diminuiscono i lettori. Viene da chiedersi il perché di questa improvvisa esplosione di talenti letterari: mai secolo fu più ricco di scrittori come il nostro.

Siamo dinnanzi alla rinascita della letteratura italiana, oppure al suo totale declino?

Per darsi una risposta basta guardare quanti pochi scrittori sono anche forti lettori. Kafka, come sappiamo, era innamorato della scrittura di Dickens; inoltre, dal suo stile, si evince una probabile passione per Knut Hamsun. Questo giusto per dire che il bisogno di scrivere viene alimentato dalla lettura.

Ma questo è solo uno dei problemi che stanno facendo nascere, talvolta anche emergere, scrittori della domenica incapaci di portare un lettore maturo in una profonda inquietudine in cui nessuna corazza, nessuna distrazione, potrebbe salvarlo dalle domande che la pagina scritta gli pone davanti. Questo perché gli stessi scrittori non si pongono domande, non fissano un’inquietudine – un «nucleo atomico», per dirla alla Cortazar – né osano spingersi fra le spire dei propri demoni, le ossessioni che rimbombano nell’anima come martellate.

Il fine ultimo sembra uno solo, sempre: pubblicare! Che sia un’auto-pubblicazione, un minuscolo editore, un grande editore, il traguardo finale della scrittura di un racconto o di un romanzo sembra essere sempre e solo uno, la pubblicazione.

Certo, anche Kafka desiderava pubblicare le proprie storie, eppure in vita ha pubblicato ben poco. La sua prima pubblicazione avvenne nel 1904, quando aveva ventun anni (non età giovanissima per gli scrittori di allora), una raccolta di racconti intitolata Betrachtung, opera non certo pubblicata con un colosso editoriale e che fu devastata dalla critica, come Ein Landarzt, pubblicato dieci anni dopo. Questo per dire che Kafka avrebbe avuto tutte le più logiche ragioni per smettere di scrivere, e invece ha continuato fino alla morte; logiche basate su ciò che oggigiorno spinge molti a scrivere: il bisogno di essere pubblicati e il desiderio di fama e gloria.

La scrittura non è più qualcosa di intimo, di gigantesco, ma solo un mezzo per arrivare dove tanti, purtroppo, sono arrivati. Negli ultimi decenni abbiamo visto non pochi scrittori diventare simili a star della TV. Fascette che decantano vendite impossibili, pubblicità e slogan: lo scrittore ridotto a un pupazzetto da Talk Show. Per completare il quadro ci sono giallisti improvvisati, che riempiono il genere di cliché anziché superarlo come faceva il grande Simenon; quindi l’apice dell’immondizia: Influencer, Blogger e Youtuber, che arrivano a grandi marchi editoriali solo per la ridicola fama conseguita su qualche social network.

Questo baraccone, questo circo che ancora ci ostiamo a chiamare editoria, ha dato adito a molti di credere che tutti possano diventare famosi e magari arricchirsi. Ma se mettiamo da parte il discorso del denaro, di quale fama e di quale gloria stiamo mai parlando? Cosa resterà, nella storia della letteratura, di queste persone?

Il problema è che presto non ci sarà alcuna storia della letteratura da insegnare, né libri degni di essere definiti classici.

Io credo fermamente che esistano libri inutili, e oggi, almeno qui in Italia, il loro numero è maggiore di quello dei libri utili. Una deriva pericolosa che invoglia tanti, troppi, a dissacrare il senso della scrittura, e rende gli editori, piccoli o grandi che siano, soltanto degli improvvisati in cerca di un prodotto da vendere.

Kafka ricevette parecchi rifiuti e, pur pubblicato, fu da tanti criticato, non compreso; eppure oggi è reputato un genio della letteratura: con ogni probabilità oggi vivrebbe lo stesso dramma di allora, anzi, non riuscirebbe a pubblicare neppure un minuscolo racconto. Perché invendibile. Perché Kafka ti stritola, ti inquieta, ti sbatte in faccia delle verità strazianti, come l’incomunicabilità che si avverte ne La metamorfosi, il terrore che si tocca dinnanzi lo scempio di un uomo ridotto a un fenomeno da baraccone, come nello spietato racconto Il digiunatore.

I temi di Kafka, il suo stile, la sua voce oggi definita geniale, in verità proprio in questo stesso tempo sarebbe reputata sorpassata, inadatta al mercato che chiede in ogni caso un po’ di happy ending e molta leggerezza.

Kafka ha vissuto una vita da impiegato, nell’ombra, facendo un lavoro per lui umiliante e detestato (come si evince nei suoi scritti); ha trascorso una vita infelice a causa della stupidità degli altri, eppure ha continuato a scrivere.

Cosa può spingere un uomo a tale follia?

Oggi parecchi scrittori scrivono appunto con la prospettiva di pubblicare, e molti di quelli affermati scrivono per restare in scena o far fede agli anticipi ricevuti. Kafka, no. Lui scriveva e basta, da solo, dopo una giornata di merda spesa a svolgere un lavoro di merda. Lui scriveva. E Dio solo sa quanti capolavori abbiamo perso.

Non pensava nemmeno a una fama postuma, perché se così fosse stato non avrebbe chiesto al suo amico Max Brod di bruciare tutti i propri manoscritti. No, lui sentiva il bisogno di scrivere, e quel bisogno è tangibile in ogni sua opera.

Questo è lo spirito di uno scrittore: il bisogno di seguire le proprie inquietudini, dar loro forma, guardare dritto in una ferita e coglierne il senso prima che si cicatrizzi.

È pura utopia pensare che nell’attuale panorama editoriale italiano venga dato spazio a uno come Kafka. Ma anche in caso di pubblicazione, è pura utopia pensare che oggigiorno uno scrittore abbia il coraggio e la determinazione di Kafka senza restare travolto dalla mole di “novità” circostanti, tutti “capolavori” annunciati.

*** *** ***

Fotografia di Adriano Padua tratta dalla serie “Il quarto stato”, per gentile concessione dell’autore. Adriano Padua è nato a Ragusa nel 1978. Ha pubblicato le seguenti opere: Le Parole Cadute (d’if, 2009), Alfabeto provvisorio delle cose (Arcipelago, 2010), La presenza del vedere (Polimata, 2010), Schema (d’if, 2012), Still Life (Miraggi, 2017). Come performer ha partecipato ai maggiori festival e appuntamenti nazionali di poesia (Romapoesia, Parmapoesia, Absolute Poetry di Monfalcone, Festival della poesia civile di Vercelli, Poesia Presente di Milano, Notte Bianca di Roma, RicercaBo di Bologna). Laureato in sociologia della letteratura, ex giornalista, lavora nel campo della comunicazione e degli eventi culturali. Esegue i suoi testi con la collaborazione di dj e musicisti. Si diletta di fotografia.


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