L’Anonima Racconti, prove tecniche di rivoluzione

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Siamo lieti di annunciare che l’Anonima Racconti, il contest lanciato a inizio febbraio dal movimento degli Imperdonabili, è giunto al termine.

Nell’arco di un mese, oltre cento partecipanti hanno inviato i loro racconti tramite un website che garantisce l’anonimato, nel rispetto di due semplici regole: non superare le 5.000 battute e recepire i dieci punti del Manifesto letterario degli Imperdonabili.

La redazione ha dato in pasto al Gruppo chiuso degli Imperdonabili diversi racconti al giorno, permettendo ai quasi trecento membri di scannarsi in modo del tutto disinteressato sulle composizioni, commentando in puro stile Nouvelle Vague gli spunti positivi e gli scivoloni degli autori, che sono rimasti anonimi per tutto l’arco della competizione.

La votazione del gruppo ha eletto una lista di sedici finalisti e un Imperdonabile vincitore il cui autore, come tutti gli altri partecipanti, ha deciso di preservare il proprio anonimato anche dopo la fine del concorso.

Ma agli Imperdonabili non e’ bastato interfacciarsi con quanti hanno seguito il Movimento fin dall’inizio: se vogliamo alzare il livello medio della produzione narrativa dobbiamo essere in grado di instaurare un dialogo aperto e sullo stesso piano con tutti i lettori. A questo fine, abbiamo identificato la piattaforma ideale per questo confronto con la pagina Leggo Letteratura Contemporanea, la celebre community di appassionati di letteratura.

Così, dopo la chiusura del contest, abbiamo proposto i sedici racconti finalisti agli oltre centomila lettori forti iscritti alla community, postando un racconto al giorno e stimolando commenti, riscontri e valutazioni. Ringraziamo gli amministratori e tutti i commentatori, faremo tesoro di ognuna delle loro critiche, perché loro sono il pubblico insoddisfatto che dobbiamo (ri)conquistare.

Al di là di ogni retorica, l’Anonima Racconti costituisce il primo passo di un cambio di rotta rispetto ai cliché vigenti in campo letterario:

  • La ricerca di una nuova trasparenza: ve lo immaginate un autore affermato insultare un racconto anonimo, per poi scoprire che è del suo amico della domenica, o del suo compare nella compagnia di giro? Per gli Imperdonabili questi calcoli non hanno senso, non esistono compari né autori, non esiste nessuno, solo le opere;
  • La fuga dall’ambiguofobia e dalla letteratura pedagogica: leggete i finalisti dell’Anonima racconti; non ci troverete la storiella edificante di integrazione, la favoletta con il lieto fine rassicurante e la didascalia, la letteratura non è un manuale di educazione civica.

E prima di lasciarvi al nostro vincitore, Babele, un’ultima domanda per tutti voi: come mai solo cinquemila battute? Credete che questi siano semplici racconti? Aspettatevi Imperdonabili mutazioni nelle prossime settimane, gli esperimenti non sono neppure iniziati.

Babele

Autore anonimo

Quando mi sveglio la prima sensazione è quella di una luce intensa schermata dalla patina delle palpebre chiuse. Ci sbircio attraverso: la stanza da letto è invasa dal sole, dev’essere mattino inoltrato; dalla strada proviene un vociare insistito intervallato da tonfi sordi. Infilo i pantaloni e scendo le scale a piedi nudi; Angela è in cucina, le mani avvinghiate all’isola di marmo, i tendini del collo tesi: è ancora in vestaglia. Le voci provenienti dalla strada si alzano, sempre più ossessive. “Cos’è quella faccia? Che succede là sotto?” Faccio un passo verso la finestra ma Angela mi corre incontro e mi schiaccia una mano fredda contro la bocca, poi scuote la testa. La afferro per le braccia un po’ più forte di quanto vorrei, le chiedo di nuovo cosa le è preso; lei si divincola e mi porge un biglietto strappato da una pagina della sua agenda. Nn prle. Ce qlcoa nelle prle. “Non… Cosa significa?” La mia domanda cade nel vuoto; Angela inizia a marciare intorno al tavolo, le dita flesse – sono sempre state così nodose? -, in balìa di una misteriosa lotta interiore. Afferra una scatola di Kellogg’s dall’isola, me la agita davanti al volto. “GenitaligenitaliSONO GENITALI! GENITALI!” Scaglia la confezione contro la vetrinetta dove teniamo le ceramiche; il cartonato si impenna e finisce ai miei piedi: sopra di esso una scimmia naviga in un mare di latte in tempesta, sembra sul punto di soccombere alle onde. Allungo una mano verso mia moglie, la invito ad avvicinarsi, ma lei tiene gli occhi rivolti alla scatola di Kellogg’s, mentre parole senza senso continuano a scivolarle dalle labbra. “Angela, guardami! Cereali? Vuoi dire cereali?” Si illumina, ma tutto ciò che le esce dalla gola è un gemito impotente; indietreggia verso il salotto, le sue dita trascinano le guance verso il basso, scoprono l’interno delle palpebre. In strada esplode un boato: mi affaccio alla finestra e vedo un tizio in doppiopetto e una donna obesa che ballano sulle strisce pedonali; si gridano in faccia qualcosa di incomprensibile tirandosi per i vestiti con gesti isterici. Sul marciapiede opposto una piccola folla si è stretta attorno a un ragazzino, decine di mani si allungano verso il suo volto mentre lui si inginocchia per proteggersi. Un gruppo di uomini e donne dall’aria stralunata cammina in mezzo al traffico bloccato: le loro labbra si muovono senza sosta. Mi volto verso Angela ma il salotto è vuoto e la porta d’ingresso socchiusa: la infilo chiamando il suo nome. Mi affaccio sulla tromba delle scale: mia moglie ha quasi raggiunto il piano terra, tre rampe più in basso; esce in strada che sta ancora blaterando. Scendo le scale più veloce che posso: giunto all’aperto le mie narici sono investite da un profumo dolciastro che si mischia ai gas di scarico; la donna obesa che ho visto dalla finestra stringe l’uomo di fronte a sé come a volerlo sollevare da terra. Il ragazzino sul marciapiede è mezzo svenuto, le mani degli assalitori gli entrano in bocca, gli tirano le labbra, una signora in tailleur verde ha rovesciato a terra il contenuto di una borsa e ci fruga dentro senza smettere di cantilenare. “Dov’è lo stucco? Stucco o trucco? Lo stucco non è stucco, lostuccoNONESTUCCO!” Intanto decine di uomini e donne si dirigono verso la torre del ripetitore in fondo alla strada: alcuni di loro sono addirittura in pigiama, come me del resto. Mi guardo in giro, e per un attimo ho l’impressione di essere l’unica persona che non sta parlando; l’aria attorno a me è intasata da mormorii senza senso né interlocutore: le voci si intrecciano nelle mie orecchie, mi tolgono il fiato. Alla base della torre c’è una pila di cassonetti dell’immondizia, materassi e tubi metodici, o teutonici, insomma, quei cosi per guardarci le partite di calcio, una montagna di rottami alta qualche metro che porta alla scaletta di ferro del ripetitore. I primi della fila hanno iniziato ad arrampicarsi, alcuni si trovano già a qualche decina di metri dal suolo. Mi sembra di scorgere la bersaglia di Angela tra la folla, ma non è una bersaglia, è una vestaglia, vestaglia è il nome, bisogna stare attenti con le parole, c’è da perderci la cerveza, la cabeza del cazzo. La donna in tailleur verde cammina verso di me con una tenaglia in mano, dalla quale penzola un brandello di carne, credo sia la lingua del ragazzo, una bella lingua per cianciare, ma non ne sono più sicuro, mi schiarisco le corde. Lingua, dico. Lingualingualingua. Ecco, così va meglio, una lingua è una lingua, giusto. Ma cos’è una lingua se non sai in che lingua ciancia? Non riesco più a visualizzarla. Riprovo a dirlo, ma fallisco la bersaglia, quel che esce è un suono alieno, un virus che mi rimbalza in testa e mangia i pensieri e seguo la vestaglia sì la vestaglia di Angelica verso la torre il ripetitore mi chiama e mi tornano in mente le lingue in infanzia piccole lingue genitali che affogano con le scimmie da latte lingue aliene e linguelinguelingue non riesco più a lingue smettere di pensarci


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