Dagli arresti domiciliari ai lavori forzati. Perché la «sindrome cinese» è inarrestabile e cambierà per sempre i connotati delle democrazie liberali.

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La Banca Centrale Europea lancia il nuovo originalissimo PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme — Programma d’acquisti per l’emergenza pandemica), un nuovo Quantitative Easing da 750 miliardi per il 2020, riservandosi la facoltà di allungare la scadenza e di aumentarne l’importo, per far fronte alla nuova “crisi da coronavirus”. Ad alcuni forse sfugge il legame tra coronavirus e iniezioni di liquidità nei mercati finanziari. In effetti, il coronavirus non è mica un virus informatico che attacca i computer delle borse mondiali e che si cura iniettando l’antidoto denaro nel sistema circolatorio della finanza. Proviamo quindi a fare chiarezza.

Sul piano statistico-sanitario, non c’è unanimità di vedute sulla reale necessità di mettere in quarantena un’intera nazione. Diversi studi hanno ad esempio suggerito di affrontare il problema isolando soltanto i soggetti positivi al virus e quelli che corrono i rischi maggiori in caso di reale contagio. Ma il problema economico non ha niente a che fare con eventuali manipolazioni mediatiche o eccessi repressivi. Quello che conta sono gli effetti delle misure adottate in un contesto economico già duro a causa della crisi. In quest’articolo, mi soffermo dunque su tali effetti, abbozzando alcuni possibili sviluppi. La mia tesi è che sono proprio le misure preventive adottate non solo in Italia ma anche in altri paesi, la Cina per prima, ad aver generato il nuovo virus finanziario, questo sì indubbiamente a diffusione quasi istantanea e dagli effetti indiscutibilmente letali. Se sulla corretta interpretazione dei dati epidemiologici possono emergere dubbi, gli stessi dubbi non possono sorgere quando si guarda ai dati di borsa: se un titolo che prima valeva 10 oggi vale 6, tutti quelli che lo detenevano hanno perso 4. Discutere se si poteva fare di più o di meno rientra nel campo delle speculazioni filosofiche, che non sono esattamente quelle che interessano lo speculatore finanziario.

In effetti, nonostante le misure in difesa delle quotazioni prese un po’ ovunque, dai massimi di febbraio, gli indici delle borse statunitensi hanno perso circa il 30% e quelli delle borse europee il 40%. Sul piano delle merci reali, poi, nello stesso periodo, la domanda di petrolio è letteralmente crollata, evidenziando le aspettative negative sulla produzione mondiale (per produrre qualsiasi cosa serve energia), trascinando il prezzo del barile da 59 a 26 dollari (a gennaio, quando si è iniziato a parlare di coronavirus, il brent stava a 70 dollari). Cosa significano questi dati? Presto detto. Se intere nazioni costringono i loro cittadini a casa, la produzione rallenta e in molti settori si ferma. Non serve la laurea in economia per capirlo. E se non si produce, non si fanno profitti e le borse scendono. Ma non è tutto. I paesi europei e gli Stati Uniti non sono come la Cina, che pianifica l’economia e può dunque permettersi uno stop-and-go produttivo. La ripartenza, in questi paesi è ben più problematica. Una strozzatura in un qualsiasi settore significa infatti mancanza di input per i settori a valle e carenza di domanda per i settori a monte, col risultato che anche quei settori che in teoria sarebbero pronti per ripartire in realtà non ce la fanno. È per questo che la Cina — che per ora è il paese che ha avuto lo stop produttivo più marcato al mondo — è anche il paese con la minore caduta nei mercati borsistici (-10 % dai massimi di febbraio). E il peggio non è certo passato. Non solo non è ancora chiaro quando terminerà l’emergenza sanitaria che sta bloccando molte delle normali attività produttive ma, anche quando questo accadrà, i paesi occidentali dovranno fare i conti con le strozzature settoriali e le loro conseguenze sull’intera economia. In assenza di una gestione pianificata dell’economia, non ci vuole la sfera di cristallo per prevedere fallimenti industriali a catena. Non basterà riaccendere l’interruttore per far ripartire il processo produttivo. E i fallimenti industriali aggraveranno i conti delle banche creditrici, le quali peraltro già se la passavano male prima del coronavirus, non essendosi mai realmente riprese da quella che chiamavamo la “Grande recessione”. Da qui viene il crollo di borsa che stiamo osservando e che, come presto constateremo, in realtà, ce n’est qu’un debut!

Il crollo di borsa non è dovuto ad una bolla finanziaria che improvvisamente esplode. Certo, anni di iniezioni di liquidità attraverso misure straordinarie di ogni tipo hanno gonfiato abbondantemente i listini azionari (senza peraltro riuscire a rivitalizzare gli investimenti reali). Ma l’origine della crisi in questo caso è tutta reale. E bolla non bolla sui mercati finanziari, la picchiata del prezzo del petrolio è lì a dimostrarcelo: che ci fai col petrolio se la produzione stagna? E, per chiudere il cerchio, se la produzione stagna, si riducono le entrate fiscali e qualsiasi debito pubblico diventa rapidamente inesigibile. Se ripensiamo alla crisi finanziaria che, nel 2007, chiamavano dei mutui subprime e che, nel 2008, ha portato al fallimento di Lehman Brothers, per poi spingere gli indici di borsa verso i minimi nel 2009 e infine scatenare la crisi dei debito pubblico nel 2010, ora avviene lo stesso processo, ma tutto in pochi giorni, senza che peraltro si siano mai risolte le contraddizioni della crisi precedente. Mentre 10 anni fa noi marxisti ci sforzavamo di mostrare che il primo anello della catena causale non erano affatto quelle fasce sociali che la finanza chiamava dispregiativamente “Ninja” (No Income, No Job, No Asset, i soggetti più deboli, che non hanno un reddito stabile, né un lavoro fisso, né alcuna proprietà) che, non riuscendo a pagare i loro mutui, avrebbero scatenato il patatrac mondiale, ora i legami tra finanza ed economia reale sono sotto gli occhi di tutti. Il nostro Conte, che capisce di economia quanto di sanità, credendo di fare il primo della classe, ha reagito al coronavirus mettendoci tutti agli arresti domiciliari. Ora per reagire al virus economico-finanziario che lui stesso ha generato dovrà metterci ai lavori forzati. E già perché dalla crisi, da ogni crisi, si esce in un solo modo: forzando sul tasso di sfruttamento dei lavoratori. Lavorare di più e guadagnare di meno. Questo è il solo modo per soddisfare la sete di profitto del capitale in crisi. Da questo punto di vista, queste misure straordinarie di controllo sociale, con l’esercito già dispiegato nei nostri territori e un popolo disorientato e ridotto all’obbedienza dalla paura, torneranno molto utili quando ci diranno di tornare disciplinatamente a lavoro. Una bella dittatura contro il proletariato, in nome dell’unità nazionale, col tricolore alto nei cieli e l’inno di Mameli a cannone dagli altoparlanti delle fabbriche e, finalmente, il bene comune del capitale che prevale contro il male comune del coronavirus. Mentre molte persone terrorizzate si accorgono finalmente che i tagli alla sanità degli ultimi decenni non erano esattamente nell’interesse dei malati e dei comuni cittadini, il problema che preoccupa la Bce è che, se ora la crisi tocca simultaneamente imprese, banche e stati, proprio come sta avvenendo, chi glieli restituisce i soldi che tanto generosamente ha prestato? E allora, ecco la soluzione: ulteriori prestiti per tirare avanti ancora un po’, in attesa che i governi, anche loro alle corde, passino alla fase due: non più tutti chiusi in casa per paura del coronavirus, ma nei luoghi di lavoro a farci spremere meglio dal capitale a condizioni sempre più dure. Se nella crisi finanziaria del 2007-2010 il problema del default sul debito pubblico poteva assumere una valenza politica, ora il fallimento dello Stato diventerà la condizione di sopravvivenza del capitale, per passare ad uno stadio ancora più alto dell’imperialismo. Se Tsipras e Varoufakis pensavano veramente di poter negoziare con gli esponenti del capitale finanziario il numero di giri di vite da imporre ai lavoratori greci per onorare i debiti con le banche francesi e tedesche, ora non ci sono più margini per nessuno. O gli Stati si incaricano di imporci le misure necessarie a salvare il capitale finanziario internazionale con le dovute svolte autoritarie o saranno le istituzioni internazionali a prendere il sopravvento e a depotenziare gli stati stessi, in nome della loro insolvibilità finanziaria. Mentre noi ancora pensiamo al coronavirus, è il virus economico-finanziario che preoccupa le istituzioni finanziarie, le autorità di controllo delle borse e le banche centrali. Perché la crisi, che come sempre vogliono far pagare ai lavoratori, ora come ora è la crisi del capitale. E se non si interviene in fretta salta tutto in pochi mesi. I tempi stringono e Christine Lagarde lo sa. Margaret Thatcher per imporci il suo modello neoliberista e piegare la schiena ai lavoratori inventò la formula TINA, There is no alternative (non c’è alternativa). Ma ora a non avere alternativa è la BCE. Iniettare altre centinaia di miliardi nelle vene della finanza per risolvere una crisi tutta reale è semplicemente contraddittorio ma ormai a Francoforte sono già nell’ottica … dopo di noi il diluvio! La priorità ora è salvare il capitalismo e, subito dopo, anche grazie alle prove generali di controllo e repressione, si troverà senz’altro anche il modo di far pagare il conto ai lavoratori. La nuova trombetta della signora Lagarde non risolve il problema. Pone solo le condizioni per aggravarlo.


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