Replica ai finti artisti dello status quo

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Poiché uno degli obiettivi degli Imperdonabili è aprire un dibattito sulla situazione della letteratura e dell’editoria in Italia, abbiamo ritenuto opportuno replicare alle critiche che gli studenti a vita Matteo Meschiari e Antonio Vena una tipologia ben nota e qui descritta da Enrico Macioci –, ci hanno rivolto nel loro post Gli Inconsolabili, anche se si trattava di un fiume di violenza verbale – 9.727 caratteri – che un qualunque esponente della specie protetta, al posto nostro, avrebbe ignorato. Per fortuna la stagione dell’omertà volge al termine, quindi non solo ringraziamo i nostri interlocutori per averci comunque dedicato la loro attenzione, ma cogliamo l’occasione per fare chiarezza.

Questi sono, all’ingrosso, i capi di accusa:

1) Gli Imperdonabili vogliono soldi. Il discorso economico emerge in più punti. Gli autori che si sono raccolti in questa sorta di «corte dei miracoli» non avrebbero soldi, sarebbero costretti a tirare avanti con lavori miserevoli, vorrebbero che fosse loro dato del denaro in cambio di quanto scrivono e a prescindere dal merito. Inoltre, pretendono premi e posti di potere.

2) Gli Imperdonabili sono diciannovisti – non cade in fondo il centenario? – ossia si ispirano al giovane Mussolini, andrebbero bene come intellettuali di un governo guidato da Salvini, sono accostabili alla dialettica di Diego Fusaro. Insomma, se non sovranisti di sicuro sono rossobruni e tendenzialmente fasci.

3) Gli Imperdonabili non hanno idee, creatività, temi d’interesse, competenze.

Ecco, cinquecento caratteri e il senso è intatto; ma vediamo se è possibile usare un po’ di logica.

1. La prima accusa è difficile persino da comprendere. Vediamo quali soldi vorremmo: l’Indiscreto ha pubblicato un articolo su quanto guadagnano gli scrittori e quanta omertà ci sia attorno all’argomento – può in effetti essere imbarazzante per alcuni presentare un libro in prime time e poi ammettere di ricavarci diecimila euro in tutto, ma questo è ciò che accade. Insomma, a meno che non si tratti di un best seller epocale, scrivere non paga, e lo sappiamo tutti. Un euro, due a copia, per diecimila copie nel caso il libro vada molto bene e si faccia notare: anche ammesso si scriva un libro all’anno, un operaio guadagna molto di più. Sarebbero questi i soldi che vogliamo? La metà dello stipendio di un operaio, sempre che si riesca a scrivere un libro all’anno e che vada “bene”? 

Il superamento del discorso economico è un punto chiave della nostra iniziativa, altrimenti non avremmo parlato di crisi della civiltà del libro, lavoro contro privilegio, stronzi del piano B. Inoltre, è un dato di fatto che quasi tutti i sottoscrittori dell’iniziativa lavorano in campi estranei all’editoria – manager, avvocati, psicologi – dove si guadagna in un mese l’anticipo che Mondadori ti dà per scrivere un loro libro di punta.

2. Per quanto riguarda l’accostamento a rossobruni e sovranisti: attenti, perché Salvini in Italia ha giocato da troll, ha fatto teasing alla sinistra pubblicando citazioni di Mussolini e la sinistra per una serie di ragioni c’è cascata, facendosi molto male; ma era chiaro che Salvini li provocasse con un disegno espansionista. La vostra reazione è ancora più ingenua, perché usate la stessa argomentazione suicida ma nemmeno siete stati istigati a farlo. Dite la verità, dietro il vostro linguaggio post-marxista riverniciato di influenze fantasy, non vedete l’ora che uno di noi si metta a chiamarvi «professoroni, scrittoroni e intellettualoni buonisti»: vi sarebbe di grande conforto poterci inserire il quel gruppo.

Eppure, no. Noi ci limitiamo a leggere quei romanzi che i giornali o le giurie indicano come il meglio della narrativa italiana, constatiamo che la qualità premiata e spinta dalle big è passibile di grosso miglioramento, ci incazziamo prima di tutto da lettori, esprimiamo delle critiche e cerchiamo una risposta, proprio perché il dibattito non sta più di casa dalle parti dell’editoria.

A chi dice che non si dovrebbe parlare dei libri che non ci piacciono: ma lo vedete cosa capita nel mondo del cinema? Su Youtube, sui blog, sui giornali, le recensioni – positive e negative – sono vibranti, non guardano in faccia a nessuno, ci si ride persino sopra.

Invece qui il primo audace che prende sul serio un libro e se lo legge senza infingimenti configura un reato di lesa maestà. Perché? Perché l’editoria è un settore in crisi, appunto, e quindi chi ci sta dentro cerca di sopravvivere come può: ecco, noi crediamo che la specie letteraria protetta stia impiegando lo strumento peggiore, quello del gruppo di auto-aiuto, e che così facendo aggravi il sintomo invece che curare le cause.

Tutto al contrario, come ha scritto Giulio Milani in un suo post recente, dobbiamo dire «basta con gli uffici stampa, con i copia/incolla dai comunicati, le recensioni dei critici amici, lo scambio di favori: adesso torniamo a leggere i libri per davvero, tra autori, senza filtri, ma con onestà e desiderio di capire, di migliorare davvero. Tutto il settore se ne avvantaggerà, a partire dai lettori, perché è una questione di ecologia della mente e di passione. Non stiamo vendendo libri informativi, manuali tecnici, stiamo lavorando al mistero del mondo in un’epoca di rapida transizione e c’è bisogno di uno sforzo collettivo, autonomo, reale.»

3. Per quanto riguarda l’ultimo punto, l’assenza di contenuti e competenze, vi invitiamo a leggerci, semplicemente – per la narrativa, vale quanto prodotto fin qui con la collana Wildworld – e se possibile a esercitare il vostro diritto di critica come facciamo noi: senza fare sconti a nessuno, parlando dei libri, non della collocazione politica o del valore civile dell’autore scambiati per qualità letteraria. 

*** *** ***

Immagine a corredo del testo per gentile concessione di Diego Barsuglia: nato a Pisa nel 1978, è fotografo professionista dal 2006. Da qualche anno si occupa principalmente di inquinamento, salute e consumo del suolo. I suoi lavori sono stati pubblicati tra gli altri su Sette, Repubblica, l’Espresso, El Mundo, El Paìs, Rai e Sky. 


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